S. ANDREA DEL CASTELLETTO: divagazioni sulla prima chiesa (1)

da ” quaderni della valtolla” anno I, dicembre 1999

di Angelo Carzaniga

Come una casa rivela la condizione e le aspirazioni dell’uomo che vi abita, così una chiesa testimonia delle disponibilità e dei desideri della comunità che vi si raduna. I costruttori di cattedrali facevano ricorso a grandi risorse, ideavano architetture audaci e adornamenti preziosi affinchè la loro fabbrica avvertisse perentoriamente il forastiero che egli aveva messo piede in una città ricca e potente, e nello stesso tempo nelle sue alte volte e nei pilastri slanciati simboleggiasse e soddisfacesse il bisogno del cittadino di elevare ogni tanto sguardo ed anima verso il cielo.

Il rustico abitatore della montagna raggiungeva più modestamente lo stesso scopo edificando la sua chiesa su di un poggio, in modo che essa apparisse stagliata alta nell’azzurro a chi vi si dirigeva, e una volta raggiuntala, guardando la vallata e i casolari giù in fondo, egli avesse l’impressione di sentirsi sollevato tra cielo e terra.

Le risorse a sua disposizione erano solo le sue braccia o poco più, e con esse si industriava di superare la comunità del villaggio vicino nella scelta delle pietre e nella loro sapiente disposizione. Nascevano così delle chiesette appartate e silenziose, commoventi nella loro povertà e suggestive nel loro semplice disegno, diverse l’una dall’altra eppure tutte simili, che si inserivano tanto spontaneamente nel paesaggio di boschi e di sassi da sembrarvi germogliate per un evento di natura.

Non ne sono rimaste molte nella nostra valle, perchè l’usura del tempo e le mutate circostanze hanno reso necessaria la loro sostituzione con edifici più ampi e funzionali. Nella maggior parte dei casi le nuove costruzioni sono sorte sul sito stesso delle antiche, delle quali perciò non è rimasta traccia visibile; negli altri casi le vecchie chiese sono state demolite per reimpiegarne i materiali nelle nuove, oppure abbandonate alle intemperie che le hanno divorate. Di esse rimangono nebulosi ricordi nei racconti degli anziani, nei documenti parrocchiali o nei resoconti dei reverendi visitatori pastorali, che in genere ne parlano con sussiegosa degnazione.

Una, integra seppure malconcia, ne era rimasta in piedi fino a pochi anni fa a Castelletto, favorita dal fatto che la attuale chiesa nuova, intitolata come l’antica a S. Andrea Apostolo, era stata costruita in località diversa e molto tardivamente rispetto a quelle degli altri paesi. Grazie ad una serie di fortunate circostanze, le date di fondazione e rifondazione di quella chiesa risultano con certezza da documenti autentici, cosa molto rara per una povera parrocchiale di montagna. Inoltre se ne è conservato in parte il piccolo archivio, con i libri censuali nei quali, tra registrazioni di messe per i defunti e appunti sulla conduzione dei terreni del beneficio, alcuni parroci hanno scrupolosamente annotato gli interventi attuati sull’edificio e le traversie cui esso si è trovato sottoposto. Altre informazioni sono sparse nei protocolli dei notai e in altri archivi, così da permettere la compilazione di una cronaca sorprendentemente ampia dall’origine ai nostri giorni. Il racconto è lungo e potrebbe riempire un discreto volume; nello spazio di questo scritto ci sia concesso di indulgere a qualche divagazione su quella che fu la prima chiesa di S. Andrea.

vecchia chiesa si sant andrea

L’Abate, l’Arciprete, le decime e le gerarchie

La data d’inizio è l’anno 1167, correndo il quale Alberto, allora Abate del Monastero di San Salvatore di Tolla, decise “di propria autorità” di edificare una nuova chiesa nel luogo di Castelletto. Il fatto è noto e citato in tutte le pubblicazioni relative al Monastero di Tolla, ed è documentato da una bolla di Papa Celestino III (P.F.Kehr, Italia Pontificia, p. 530, ed altri. L’originale esistente nell’Archivio Capitolare di Castell’Arquato, e citato come presente in un inventario di pochi anni fa nella sezione Bolle Papali, attualmente è irreperibile) , indirizzata in data 4 Luglio 1192 a Sicardo Vescovo di Cremona e Burgundio Abate di San Lorenzo della stessa città con l’incarico di risolvere la controversia che la fondazione di tale chiesa aveva originato tra l’Abate di Tolla e l’Arciprete della Pieve di Santa Maria di Castell’Arquato.

Protestava l’Arciprete Azzone di Tado che il luogo in cui la chiesa era stata fondata si trovava nel territorio della sua giurisdizione plebana, nel quale territorio l’Abate non aveva titolo a fare e disfare chiese senza il consenso preventivo del Capitolo della sua Pieve. L’Arciprete non aveva torto: effettivamente il territorio di Castelletto ricadeva entro i confini topografici della Pieve di Castell’Arquato, la quale comprendeva, oltre a tutto il distretto di Castell’Arquato stesso, parte delle Valli di Stirone, Ongina, Arda, Chiavenna, grosso modo la metà inferiore della Valle di Tolla, e si protendeva fino a tutto il territorio di Metti.

La genesi di questo territorio plebano così vasto non è nota, anzi finora non è stata indagata; è comunque un fatto certo che nel secolo dodicesimo quello era il territorio della Pieve Arquatese. Ma aveva ragione anche l’Abate nel replicare che egli aveva costruito su terreno di proprietà allodiale del suo Monastero, e che in quelle proprietà il Monastero aveva da secoli piena giurisdizione, sia temporale che ecclesiastica. Egli poteva portare a suo sostegno diplomi regi e antiche comprovate consuetudini; senonchè i tempi erano cambiati, molti punti fermi dell’ordinamento feudale erano venuti meno, le comunità cittadine erettesi in Comune imponevano con le buone o le cattive nuovi criteri d’ autorità, e i limiti di potere dei Signori padroni di terre e dei loro abitanti erano divenuti per lo meno incerti e discussi. Anche l’ordinamento ecclesiastico aveva attraversato vicissitudini apportatrici di incertezza, e solo pochi anni prima vi era stata l’elezione contemporanea di un Papa e di un Antipapa che aveva generato uno scisma, causa di disordine e confusione che ancora non erano del tutto sedati. Può darsi che l’Abate considerasse definitiva la restaurazione di antichi principi operata con la forza delle armi in quegli anni dall’Imperatore Federico; ma è probabile che tutte queste alte considerazioni siano fuori di luogo a proposito della costruzione di una chiesetta di montagna.

Lo stato di diritto e i limiti di competenza ad ogni modo non dovevano essere ben chiari, a giudicare dalle numerose contese in cui entrambi i protagonisti di questa vicenda si trovarono impegnati in quel secolo e nel successivo. Anzi bisogna riconoscere che la maggior parte delle non abbondanti notizie relative ai secoli XII e XIII ci è pervenuta proprio grazie a tali contese: gli Abati di Tolla ebbero a che dire tra l’altro con le circostanti pievi di Macinesso (G. P. Bognetti, Bollettino Storico Piacentino, I-II, 1929) e Travazzano (P. F. Kehr, Italia Pontificia, p.530); e gli Arcipreti di Castell’Arquato, oltre che con le Pievi limitrofe, anche con i parrocchiani di Metti, di Pozzolo, di Vidalta, di Bacedasco, poi con le monache cisterciensi di Monte Oliveto (Archivio Capitolare di Castell’Arquato, v. Index, alle rispettive voci località) e con molti altri, sempre sotto lo sguardo interessato di Comuni, Vescovi, Marchesi e minori signorotti che da tali liti speravano di ricavare qualche guadagno.

(1-fine prima parte)

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